Amore mio,
sono mesi che penso che è tempo di scriverti, giorni e notti con le tempie annacquate e guardinghe. Come se pensarti fosse peccato, come se scriverti fosse ingiusto.
i dolori invadono il cervello e le maschere che trovo disegnate sul mio volto al mattino sono come calce e ferro e mi graffiano la libertà di scegliere te.
sono mesi difficili e strani. Dove gli odori mi fanno piangere e le case mi strozzano le viscere.
Tu sei un baluardo di ovatta e ghisa. Mi guardi da lontano come si fa con un quadro scheggiato e soffi sulle ferite quando i miei occhi sono chiusi, lo sento sai?
Ad ogni modo, penso che le parole hanno la responsabilità della schiuma del mare chiusa in una bottiglia verde, quella che vuoi lanciare tu. Fallo. Scriveremo il messaggio assieme.
Mia regina,
sei il mio bosco eterno ed impenetrabile ai più. E io ti ringrazio per avermi lasciato pezzi di pane per trovare l’ingresso.
Ci sono momenti che ti guardo e penso a te come ad una fotografia antica e rara. Come quelle che papà mi mostrava da bambina, di nonne al mare con i costumi dell’epoca, i ventagli e gli ombrelloni.
Tu però, non hai bisogno di suppellettili. Sei come una libellula in controluce. Come un soffitto crepato e altissimo; lo stesso soffitto di quella casa che un anno fa visitasti. Da piccola passavo le ore a guardare le crepe, a vederci draghi e moschettieri, finchè non mi richiamavano alla vita.
Questi anni assieme sono stati una sorpresa per me. Per me che credevo che l’amore fosse una parentesi, uno sbadiglio e un litro di benzina direttamente endovena.
I miei sbagli: l’emozione delle fughe e dei momenti con la schiena umida.
Le mie dita sono emozionate e critiche: ogni parola per te dovrebbe essere perfetta e sincronica. Come quando cerchi di prendere più onde possibili, come quando le tue dita scorrono sulla chitarra.
Certe volte mi sento niente vicino a te, ma dentro te mi sento la stella cometa.
Non è facile spiegarti cosa significa vivere senza papà. Non è facile guardare il telefono e poi dover rivolgersi al cielo.
Non è facile piangere per me.
E ogni volta che succede, vorrei tu capissi che è un regalo che ti sto facendo.
Io voglio te.
Voglio svegliarmi, addormentarmi, chiamarti quando vedo l’arcobaleno urlando il tuo nome, voglio trovare nel bagno le tue duemila magliette, che le mie sono molto di più, cucinare quello che ti piace di più e sgridarti se lecchi il cucchiaio, dirti che fumi troppo mentre me ne sto accendendo un’altra, farti assistere al mio cambiamento e ai miei peggioramenti senza vergognarmi di nulla, non abbassare mai la guardia della gelosia, perché i venti e le ombre sono macchiate e cattive, voglio disegnare ancora per te, lo so che ti piacciono i miei fumetti, stare intrecciate sul divano e sapere che mi addormenterò su di te a metà film, renderti orgogliosa quando salgo sul palco e dedicarti anche gli scritti che non sono per te, voglio amarti nei posti più strani perché a letto si dorme! Voglio sapere che tutti gli anni di questa mia vita saranno accanto a te, non perché siamo sole, non perché ad un certo punto devi trovare qualcuno, non perché hai paura di essere vecchia, con le meche fatte male e le gambe gonfie… e il letto vuoto, se non il respiro di un vecchio animale; vecchio quanto te, ma solo perché ci amiamo.
Scevre dell’egoismo e dell’orgoglio. Lontane dall’abuso di termini scontati.
Il mercato dell’amore, dove tutto si scambia, si vende e si regala a volte.
Tu sai, quanto io creda nelle parole, ecco perché a volte ne invento delle nuove: qualcosa che sia solo per te. Nomignoli impronunciabili. Come se fosse una melodia che nessuno scriverà mai.
Io mi volto e anche quando sono rinchiusa nelle tane dei miei dolori, ti vedo sempre.
Non è facile stare con me, non è facile stare dietro alle mie nuvole, temporali, fantasmi.
Io, nella mia vita, non ho mai fatto granchè… ho solo e sempre inventato storie: bellissime e piene di voli. E anche oggi, le mie mani e la mia voce, sono ghirigori e cristalli di neve.
Ho il compito di non invecchiare, mentre piano piano le autostrade dell’anima prenderanno forma sul mio viso.
Ho il compito di farti sorridere con le mie mille vocine e le mie stupide storielle.
Ho il dovere di ricordarti, sempre, che nel bosco ci sono davvero le fate ( e qualche volta persino nella vita le incontri)
Di sostenerti quando vacillerai, di spingerti se vorrai fermarti, di urlarti anche quello che non ti piacerà e che ti farà male.
E di indicarti con il dito i granelli di polvere e sole che si posano sulle tazze.
Io non ho molto. Vivo di lettere e poesia. Di ricordi e involucri. Di carta, tanta carta e musica.
E so, molte volte di non essere capita, di vivere sopra le righe.
Vivo di attimi, una tenda sgualcita, aprire il vangelo a caso e vedere cosa Lui mi sta dicendo, una tazza di caffè quasi alla fine, e poi… parlo con gli animali, tutti, vermi compresi.
Sono fuori da tante cose, ma mai da noi.
E tu, l’hai capito.
Ecco perché voglio tatuarmi quella frase.
Perché tu mi hai salvato.
Correvo verso la porta a braccia spalancate, solo per papà.
Oggi sei tu, la mia meraviglia che apre la porta di casa, che aspetto sempre che ritorni a casa.
Anche nei giorni difficili.
Come questi.
E riuscire a ridere è come trovarsi nel regno dei morti con un palloncino in mano.
Abbracciami. Più forte quando vedi che ho paura.
Io ti amo.