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Ma il Bianconiglio si fermerà prima o poi?
Il ritorno
post pubblicato in Diario, il 19 maggio 2011

Viva.
Vivida.
Livida.
Fumante resina.

Ritorno.

 




permalink | inviato da Alice_in_Chain il 19/5/2011 alle 14:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
p.s.
post pubblicato in Diario, il 25 agosto 2008


 ... non immaginavo che immettendo su google "tette e seni erotici" venisse fuori il mio blog....




all'assurdo non c'è mai fine (ahahah)




permalink | inviato da Alice_in_Chain il 25/8/2008 alle 12:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Recidendo
post pubblicato in Diario, il 25 agosto 2008
 

Non va perché censuro la mia mente e le mie scritture.

Perché ho paura che qualcuno possa leggerle e copiare la mia vita e i miei pensieri. Non sono un soggetto paranoide, semmai sono bulimica e isterica. Ma paranoica no.

E questo è un dannatissimo spazio privato, che dovrebbe essere rispettato solo per il fatto che io ci ho vomitato il fegato dal 2004 ad oggi.

E’ un mare magnum di umori questo posto. I miei. Però.

Avvertii già una volta che avrei potuto anche uccidere se avessi trovato le mie creature mozze e storpie tra altre pagine o in altri luoghi.

Posso anche prestarti i miei dolori, ma per la miseria, almeno chiedimi il permesso.

Non ho mai avuto il concetto di “mio-tuo”. Sono una perfetta scema, cresciuta con remi e pollianna.

Però esigo che queste pagine rimangano intonse, se non previa autorizzazione.

E chi vuol capire capisca, altrimenti un sincero fanculo.

Non va, perché dentro c’è la rabbia convulsa di immagini passate. Delle mani di papà che perdono sangue mentre si strappa le flebo, mentre delira per dieci lunghissimi giorni, mentre il suo respiro annaffia l’aria di una stanza minuscola, orrenda e che però rimarrà il mio unico ultimo ricordo.

Ho ancora tra le narici il bacio che gli ho dato sulla testa prima di andare via.

La rabbia del suo dolore, non del mio.

La mancanza di un uomo che sapeva cosa strisciasse nella mia mente, ancora prima che il pensiero si formulasse, che mi difendeva contro questi quattromila chili di merda che incontro sul mio cammino. Che fondamentalmente credeva in me. E non è cosa da poco.

Che parlava, che raccontava, che mi ascoltava.

Non va perché aspetto sempre che mi si chieda come sto. Mi sono resa conto che è così difficile per gli altri avere a che fare con il dolore e il cambiamento. Magari si spia da dietro le tende, perché la paura di essere contratti, come una malattia infettiva è grande.

Faccio un riassunto dei miei anni trascorsi, e no, non ho da rimproverarmi niente, sono sempre stata dove mi si chiedeva di essere: accanto alle sofferenze. Non per non accettazione di me stessa (vado a spiegare per i neofiti della psicologia: di solito chi diventa un mastro lindo della perpetuazione compulsiva di presenze, abbracci e di duemila SI, di solito lo fa perché ha paura a dire no. Perché ha paura di essere meno amato, se decide di pensare un po’ a sé: basilare e pochina come spiegazione, ma se volete sapere altro andate in analisi); ma perché ho una fervente disciplina: l’altro non è solo birra e risate.

L’altro che amo sia inteso.

Oggi scremo.

Oggi capisco.

Oggi soffrendo l’assenza so cosa vuol dire presenza.

E il tesoro più grande che ho sarà sempre la mia mente.

“ci si può innamorare di un serial killer? “

“morto per giunta?”

Si, se lei e Lyann.

Non va, perché questo paese mi fa soffrire come un’ulcera all’ultimo stadio. Non va perché devo avere paura. Perché devo accettare il fatto che va così.

Non va perché nessuno di quelli che avrebbero le facoltà, mi danno una mano a cambiare lavoro.

Ma se mi aiutassero a teatro, ingoierei altri vent’anni di questa polvere di merda che c’è in questo ufficio.

Sono forte ancora abbastanza per non abbassare né lo sguardo né la testa.

E il teatro è sangue e sudore. La commercialità verrà dopo.

Le voci, bisogna sentire le voci in testa.

Salire sul palco con ducento colpi sferrati tra milza e cuore. Altrimenti Sarah non danzerà mai con noi.

Voglio smettere di fumare

Voglio un figlio

Voglio che chi mi ama riesca ad amarmi pazza così come sono.

Non voglio che la mie visioni siano interrotte

Non voglio che la gente mi chieda più del teatro come se fosse un fottuto hobby, altrimenti sarei andata a sparare al poligono.

Vorrei continuare a credere che possano crearsi atolli di bellezza anche in una sola ora con mia sorella

E vorrei che mi arrivassero (va bene anche per natale) un pacco di parole bellissime, una festa a sorpresa e la lucidità di accettare la morte.

Sono come Trudi Montag, che neanche dopo aver visto le croci in terra, accetta.

E’ una lenta ristrutturazione, ma credo che si inizi così, evitando di autocensurarsi per non far preoccupare gli altri.

Come detto: questo posto è una vasca di umori. E rumori.

Qui sbatto i piedi, vomito, mi faccio le trecce e tiro fuori anche le parti nere di me (chi non ne ha)

“… loro non potevano sapere che le facevano male le radici dei capelli e che ogni respiro le chiudeva il petto”




permalink | inviato da Alice_in_Chain il 25/8/2008 alle 12:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
appunti estivi
post pubblicato in Diario, il 12 agosto 2008
Cinque fratelli sdraiati sulla sabbia, nella fattanza totale.
Due di loro: le mie montagne protettrici, altissime e invalicabili.
Note reggae di sottofondo.

Un corpo nudo (che amo e venero) sul balcone che si rinfresca con acqua ghiacciata.
Note di vento che sa di pelle di sottofondo.

Una moto vecchia e bellissima con due figlie del cavaliere oscuro che fendono l’aria e i colori del tramonto, un filo elettrico sopra le nostre teste, e un volo sconsiderato di gabbiani che ci sorpassa.
Il viola del cielo di sottofondo.

I miei piedi piagati dai rollerblade, l’entusiasmo dei partecipanti all’evento – mi sembrava di essere tornata bambina, quando tentavo di andare in bici senza ruote - il tifo sorridente delle persone che amo dai cancelli delle case.
Di sottofondo il ricordo della voce di mio padre che mi sussurra “forza”

Una cena rumorosa e bagnata di Traminer (intramontabile amico di palati sopraffini e vene assetate) con
persone che guardano e non giudicano. Racconti mediorientali, su occhi che sembrano quelli di mio fratello. E vedere mia madre sorridere e mangiare.

Di sottofondo gli occhi di una Regina silenziosa e bellissima. (i tuoi occhi hanno il rumore di cardini fantasma portati da un cocchiere in livrea, che fa un baffo alla regina Mab)

Le mie mani nuove di zecca. Papà l’avrebbe voluto. Non mangio le unghie dopo 32 anni da quasi 3 settimane.

Di sottofondo rumore dei miei denti che vorrebbero ma non possono.

Le mie dita che ricominciano a scrivere: cosa succederà ai nostri eroi? Lei non

vede l’ora di saperlo…pazienta e lo saprai.

Di sottofondo la casa che sospira.

Una stanza umida di sogni a visionare i talenti teatrali, sparsi in questa città piovra.

Chi sono io per giudicare? Nessuno, ma so emozionarmi e chi è stato scelto ci ha toccato dentro – grazie.

Di sottofondo il mio folletto che sfoglia i curriculum e sorride. (ti adoro)

Ho visto una finestra e ho immaginato un volo.

Ho visto che era sbagliato.

Ho visto i miei serpenti alzare la coda e tirare fuori litri di veleno. Cercare di mordermi. Uccidermi.

Non ce l’avete fatta.

Non ce la farete mai.

Lo dissi già una volta: potete amputarmi, ma quel che resta, continuerà sempre a pizzicare.

Di sottofondo la difficoltà di ricominciare.

Pietre e vetri tagliati a chi proverà a compatirmi.

Estate 2008 ….

….continua….




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crema di sinapsi
post pubblicato in Diario, il 15 luglio 2008
Elementi che si ripetono e vasetti da leccare fino all’ultima goccia. Cucchiaio compreso.

Pensieri che sfuggono, perché sono tanti.
espellere lacrime perché non so se sono pronta ad aprire quel cancello trentennale – fortuna che ci sono tanti uomini anziani in pantaloncini blu, su cui i miei occhi possono vacillare e come in un’oasi vedere mio padre in ognuno di loro, che ne porti anche una briciola di similarità.

Mi guardo allo specchio e vedo Bette Davis che balla con un fiocco in testa.

Non voglio sprecare la mia esistenza.

Non voglio rimpiangere un solo grammo di tentativo che si possa aprire in me.

Lotto e sorrido.

Piango e brucio.

Sembra settembre e sembra fuoco.

C’è una sposa che cammina nella mia testa. Ha un bouquet in mano e sulle dita gocce di sangue.

Che rumore farà una scossa di etc sulla lingua.

Nessun rumore, stupida hai il paradenti.

Meraviglie della psichiatria…. Maledetti.

C’è una sposa in punta di piedi con lo sguardo assente, che dondola come un albero, che si sorregge alle foglie. Che aspetta.

Ci sono finestre che scricchiolano la notte e martelli che invadono il sistema linfatico.

Ci sono miracoli anche nelle sere di luglio, se tua sorella ti siede accanto e il vento soffia sulle lenzuola appena stese alla luna, sapore di fresco.

Amo estraniarmi dai contesti e amo vedere tutto da fuori, come se non ci fossi, come se fossi ancora più presente.

Per quanto la covi la rabbia dentro? Per quanto si riesce ad ingoiare? Per quanto le sottili filamenta possono reggere?

Mio padre, Baby Jane, Sara Goldfarb.

Velocità.

Era settembre, mio personalissimo capodanno. Inizio di ogni inizio. Fiocchi blu e grembiuli freschi.

Oltre il mekong non c’è il mare, scriveva “qualcuno”. Infatti il mare si secca e tutti cerchiamo il cuore del cervo e i capelli delle vergini.

Ma pochi assassinano, perlopiù assassiniamo noi stessi.

La mente è uno stupro volontario e consapevole. Bisogna averne cura.

Perché non ci si sveglia, come da un brutto incubo e tutto va bene.

La mente è un sogno buio, corridoi lunghissimi e pieni di arpe suonate da conigli in frac.

Il potere di vedere diventa incubo.

Sacro rispetto per chi ha deciso di impazzire, volontariamente.

Non va sempre tutto bene. Non si ha sempre la forza e bisogna averne davvero tanta per non cadere in questo specchio per le allodole che è la vita che ci vogliono fare bere come una minestra senza sale e senza pane.

IL motivo. Il motivo per alzarsi, per andare a dormire, per svegliarsi con il sorriso.

Qual è la nostra droga?

Siamo tutti convenzionalmente drogati, senza avere il coraggio di bucarci realmente.

Perdre la tete.

Dondolare e cullarsi.

Ho deciso il mio viaggio, che Dio mi assista. Viaggio tra le pagine e i neuroni.

Perché voglio scoprire il maleficio dello stregone Lithium. E lo voglio sfidare.

Nella nebbia delle prime ore del mattino, quelle quando papà era dalla finestra. Fumava e sa solo Dio quanti mondi attraversava. Quanti mondi avrebbe voluto conquistare e saggiare.

Con la sua delicatezza e la sua signorilità.

Mio padre era un cavaliere. Ma senza scaltrezza e questo l’ha fottuto.

La mia spada è pronta.

Le mie vene sono già recise e nessuno potrà aprirle nuovamente. Che i dolori prossimi sono piume, velenose, ma piume.

Cinque del mattino.

Lo vedo.

E poi penso… e se non gli fosse permesso di comunicare con me?

“lascia stare il mondo dei morti” – diceva nonna.

Ma il telefono squilla alle cinque del mattino, io rispondo e lui mi dice qualcosa.

“e chi sono io un povero giovanotto?”

Codici. Li abbiamo sempre avuti io e te, come quando mi sorridevi e curvavi la testa a sinistra.

La violenza della vita è talmente troppa, che non posso restarne fuori.

Voglio accarezzarle tutte quelle teste canute.

E sarò una sposa sofferente sul palco.

E soffrirò per ogni sara.

E spalmerò questa crema sulle dita e leccherò fino all’ultima goccia.

Cucchiaio compreso.




permalink | inviato da Alice_in_Chain il 15/7/2008 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
Questa è solo per Te
post pubblicato in Diario, il 1 luglio 2008
Amore mio,
sono mesi che penso che è tempo di scriverti, giorni e notti con le tempie annacquate e guardinghe. Come se pensarti fosse peccato, come se scriverti fosse ingiusto.
i dolori invadono il cervello e le maschere che trovo disegnate sul mio volto al mattino sono come calce e ferro e mi graffiano la libertà di scegliere te.
sono mesi difficili e strani. Dove gli odori mi fanno piangere e le case mi strozzano le viscere.

Tu sei un baluardo di ovatta e ghisa. Mi guardi da lontano come si fa con un quadro scheggiato e soffi sulle ferite quando i miei occhi sono chiusi, lo sento sai?

Ad ogni modo, penso che le parole hanno la responsabilità della schiuma del mare chiusa in una bottiglia verde, quella che vuoi lanciare tu. Fallo. Scriveremo il messaggio assieme.

Mia regina,
sei il mio bosco eterno ed impenetrabile ai più. E io ti ringrazio per avermi lasciato pezzi di pane per trovare l’ingresso.

Ci sono momenti che ti guardo e penso a te come ad una fotografia antica e rara. Come quelle che papà mi mostrava da bambina, di nonne al mare con i costumi dell’epoca, i ventagli e gli ombrelloni.

Tu però, non hai bisogno di suppellettili. Sei come una libellula in controluce. Come un soffitto crepato e altissimo; lo stesso soffitto di quella casa che un anno fa visitasti. Da piccola passavo le ore a guardare le crepe, a vederci draghi e moschettieri, finchè non mi richiamavano alla vita.

Questi anni assieme sono stati una sorpresa per me. Per me che credevo che l’amore fosse una parentesi, uno sbadiglio e un litro di benzina direttamente endovena.

I miei sbagli: l’emozione delle fughe e dei momenti con la schiena umida.

Le mie dita sono emozionate e critiche: ogni parola per te dovrebbe essere perfetta e sincronica. Come quando cerchi di prendere più onde possibili, come quando le tue dita scorrono sulla chitarra.

Certe volte mi sento niente vicino a te, ma dentro te mi sento la stella cometa.

Non è facile spiegarti cosa significa vivere senza papà. Non è facile guardare il telefono e poi dover rivolgersi al cielo.

Non è facile piangere per me.

E ogni volta che succede, vorrei tu capissi che è un regalo che ti sto facendo.

Io voglio te.

Voglio svegliarmi, addormentarmi, chiamarti quando vedo l’arcobaleno urlando il tuo nome, voglio trovare nel bagno le tue duemila magliette, che le mie sono molto di più, cucinare quello che ti piace di più e sgridarti se lecchi il cucchiaio, dirti che fumi troppo mentre me ne sto accendendo un’altra, farti assistere al mio cambiamento e ai miei peggioramenti senza vergognarmi di nulla, non abbassare mai la guardia della gelosia, perché i venti e le ombre sono macchiate e cattive, voglio disegnare ancora per te, lo so che ti piacciono i miei fumetti, stare intrecciate sul divano e sapere che mi addormenterò su di te a metà film, renderti orgogliosa quando salgo sul palco e dedicarti anche gli scritti che non sono per te, voglio amarti nei posti più strani perché a letto si dorme! Voglio sapere che tutti gli anni di questa mia vita saranno accanto a te, non perché siamo sole, non perché ad un certo punto devi trovare qualcuno, non perché hai paura di essere vecchia, con le meche fatte male e le gambe gonfie… e il letto vuoto, se non il respiro di un vecchio animale; vecchio quanto te, ma solo perché ci amiamo.

Scevre dell’egoismo e dell’orgoglio. Lontane dall’abuso di termini scontati.

Il mercato dell’amore, dove tutto si scambia, si vende e si regala a volte.

Tu sai, quanto io creda nelle parole, ecco perché a volte ne invento delle nuove: qualcosa che sia solo per te. Nomignoli impronunciabili. Come se fosse una melodia che nessuno scriverà mai.

Io mi volto e anche quando sono rinchiusa nelle tane dei miei dolori, ti vedo sempre.

Non è facile stare con me, non è facile stare dietro alle mie nuvole, temporali, fantasmi.

Io, nella mia vita, non ho mai fatto granchè… ho solo e sempre inventato storie: bellissime e piene di voli. E anche oggi, le mie mani e la mia voce, sono ghirigori e cristalli di neve.

Ho il compito di non invecchiare, mentre piano piano le autostrade dell’anima prenderanno forma sul mio viso.

Ho il compito di farti sorridere con le mie mille vocine e le mie stupide storielle.

Ho il dovere di ricordarti, sempre, che nel bosco ci sono davvero le fate ( e qualche volta persino nella vita le incontri)

Di sostenerti quando vacillerai, di spingerti se vorrai fermarti, di urlarti anche quello che non ti piacerà e che ti farà male.

E di indicarti con il dito i granelli di polvere e sole che si posano sulle tazze.

Io non ho molto. Vivo di lettere e poesia. Di ricordi e involucri. Di carta, tanta carta e musica.

E so, molte volte di non essere capita, di vivere sopra le righe.

Vivo di attimi, una tenda sgualcita, aprire il vangelo a caso e vedere cosa Lui mi sta dicendo, una tazza di caffè quasi alla fine, e poi… parlo con gli animali, tutti, vermi compresi.

Sono fuori da tante cose, ma mai da noi.

E tu, l’hai capito.

Ecco perché voglio tatuarmi quella frase.

Perché tu mi hai salvato.

Correvo verso la porta a braccia spalancate, solo per papà.

Oggi sei tu, la mia meraviglia che apre la porta di casa, che aspetto sempre che ritorni a casa.

Anche nei giorni difficili.

Come questi.

E riuscire a ridere è come trovarsi nel regno dei morti con un palloncino in mano.

Abbracciami. Più forte quando vedi che ho paura.

Io ti amo.




permalink | inviato da Alice_in_Chain il 1/7/2008 alle 19:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
La giostra
post pubblicato in Diario, il 11 giugno 2008
gli esili sono come piume di uccelli, come gonne di raso, come lacrime tagliate dalle lamette mi nascondo dietro un dito, vuoi sognarmi la notte?
Vuoi immaginare i tessuti molli delle mie serrature?
Sono muscoli oplitici. Sono acrobati senza filo.
le mie perversioni sono sottili come le zampe di un ragno.

Sono perfettamente mascherata e inzaccherata di coriandoli.

Vuoi sognare dei miei licheni dentro al cuore?

Il biglietto costa poco, come le giostre di paese e all’entrata c’è un nano vestito di rosso che sorride.
e’ il circo della mia vita.
inizia la mattina e non termina che alla fine di nessuna mattina. C’è la luna e c’è il sole, dipenderà dai vostri gusti.

Non ci sono banchetti sacrificali, offerte e offese.

E’ un paese libero. Paghi con una stretta di mano o un abbraccio.

Ho messo giostre e tendoni multicolori. Ballerine zoppe, acrobati mutilati, cantanti rauchi e attori preparati, ma vivi.

C’è un ragno giallo e un cammello viola.

E tutti, una volta entrati avranno un coltello e un bastoncino di zucchero filato.

Esiliati.

Dal resto del mondo.

Perché questo mondo non ci piace.

Certo, ci sono stanze vietate, come in “Bella e la Bestia”, e la bestia sono io ovviamente.

E la chiave la tengo appesa al collo. E di notte la infilo nei polmoni.

Brandisco io la spada e io uccido i miei mostri: i miei fidati, vecchi amici mostri.

Alice ha la polvere negli occhi e invece di levarsela, se li stropiccia forte per lacrimare ancora di più.

Alice ama le catene, quelle di ferro; ama l’odore del ferro e del sangue e dei tappeti impolverati.

Alice canta e si apre la pelle finchè non vede il sangue.

Alice chiama papà in sogno e gli dice buongiorno ogni mattina e lo sente nel vento, tra le stelle, tra i rumori di una maledetta città, che non abbandona perché ama chi la abita con lei.

Un po’ truman show, un po’ forrest, un po’ bronte style: eroina di molliche andate a male, di formaggi ammuffiti, delle candele spente.

Artigiana dei dolori, altrui.

Penso all’estate scorsa, il nostro spettacolo di diploma e di addio. Al dolore lacerante dell’addio a Laura, che mi ha fatto diventare un’attrice e una persona migliore.

Penso a mio padre che dice al mio grande amore “Ti raccomando mia figlia”, prima di partire e penso a lui che in ospedale, mentre lottava che dice mentre delira “eccole, stanno scendendo dalla macchina”

Penso alle risate tra le vie di Barcellona e a quelle in giardino a casa della mia fatina.

penso che faccio una fatica immane, mentre leggo Petrolio, perché cerco disperatamente di capire, cosa ci sia di così interessante nel potere e nei soldi.

Chiariamo non sono così Alice, solo sono così distanti dal mio concetto di felicità…

La mia felicità, è stata due giorni fa, per esempio, con 15 bambini con gli occhi estivi e le ginocchia sporche; organizzargli i giochi, fargli conoscere 20 specie di animali, parlare con ogni animale e poi vedere le loro facce stupite e spiegare loro che gli animali capiscono.

Felicità era timbrare fatture e alzare gli occhi e vedere il dromedario che mi ha fatto il baciamano a due metri da me.

Potere è stato attraversare quasi 2 km sotto terra, vincendo la mia sepolcrale paura: claustrofobia.

Il cuore della terra è un miracolo silenzioso, buio e fragile. E forse l’ho disturbato un po’, ma ridere camminando piegata, spazio vitale zero e l’acqua alle caviglie, mi ha dato il coraggio di attraversare il ventre della terra.

Bellezza è stata una tavola imbandita alle tre del pomeriggio, la stradina imbevuta delle nostre risate e il vino a molcere la stanchezza.

Potere è stato il risultato di un esame di cui temevo il responso, e papà mi aveva rassicurato in sogno “questo non è il tuo posto, tu devi tornare”

E poesia è vederti svegliare con le labbra arricciate, i piedi intrecciati ai miei e la casa che odora di zampirone.

Mia ginestra di campagna e mia zingara di carne viva e sensuale.

E coraggio è continuare a sfilare tra le vie della capitale mano nella mano, per gridare i diritti che vengono ostacolati e denigrati. Ma cosa cazzo ve ne viene se accendiamo un mutuo insieme e se prima di morire voglio lei accanto al mio letto?

Sono in esilio.

Il carrozzone è aperto e non c’è porta all’entrata, ma solo lucchetti e filo spinato per gli avventori rabbiosi.

Non serve l’abito da sera.

Io.

Me.

Su un tavolo.

Camminate, esplorate, entrate.

Tanto ci sono cani da guardia a fermare ingressi coatti.

E sono sicura che mio padre ha chili di nuvole per coprirsi di notte e chilometri di cielo con cui veleggiare sulla sua nave pirata: perla nera.

Gli esili fanno bene al cuore.

Copriamoci di parole…




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L'erba del re
post pubblicato in Diario, il 2 giugno 2008
Voglio

un lavoro nuovo
mille parole che coprano ogni strato di me, senza dover aspettare che arrivino
uno spettacolo da preparare senza la paura che non si realizzerà
un piatto di pasta con il pesto che arrivi dritto dalla liguria
una telefonata inaspettata
un paio di rollerblade e una bicicletta
una vacanza
due giorni in una beauty farm
una festa a sorpresa
un palloncino con la faccia di winnie the pooh





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misticaserimante
post pubblicato in Diario, il 22 maggio 2008
 
Corridoi pallidi, statue e stanze eterne.
Mi pizzica la pancia; corrosa nel midollo.
Aspetto venature di rosso foglia autunnale,
per creare bellezza rinchiusa dentro quattro nicchie.

La violenta bellezza dei denti su un collo bianco e profumato.
La febbre che sale e investe la lingua.

Raschiami via quello che resta.
E dipingimi di caramelle gusto orgasmo.

Piedi scalzi e una felpa in vita.
Ho voglia di prati e fiumi.
Di dita nel burro.

Ho voglia di incorniciare la paura e nasconderla in soffitta.
Coprirla con una coperta di acciaio e ghisa.

Benedetti monsoni...







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I giorni dell'orgoglio
post pubblicato in Diario, il 16 maggio 2008
L’Italia è un paese in guerra.
e’ un paese in deficit da immunodeficienza ecosolidale: il vetro lo abbiamo impiantato nelle aorte. E’ una cozza chiusa in un piatto pieno di mosche; dove niente rema incontro A e tutto spinge contro Chi.
e’ una piazza smantellata e piena di terra e gli operai sono scheletri con la tuta logora che marciscono al sole.

Ecco, quello c’è rimasto, ma solo al sud. Forse.

L’italia è silenzio corrotto e corroso. Pappagalli mutanti e scarafaggi senza volto.

Blatte, siamo pieni di blatte.

Gli uomini importanti – gogol docet – sono grassi e piccoli.

Tutto è truffa, tutto è arrivare primi.

Licio Gelli.

Nei suoi programmi si vociferava che gli uomini fossero tutti “ovattizzati”.

“una casa, una macchina, una pancia piena di fagioli”.

L’italia è un paese che vive di nostalgie sbagliate e cafone.

È un posto triste e di destra.

Foss’anche di sinistra, sarebbe triste uguale.

Le ideologie sono giuste, sono gli uomini che sono corrotti, mangioni e sbagliati.

Non è più tempo di eroi, di Uomini, di rivolte (pacifiche), di Ideologie.

Abbiamo tutti paura ad essere eroi, perché gli eroi muoiono, sotto le peggiori torture e sono soli, nelle imprese.

Osannati. Solo dopo.

L’italia è ademocratica e nepotista.

Razzista e sfrontata; sdentata come un neonato e il suo biberon si chiama dipendenza.

Le minoranze sono minoranze.

Punto.

Qui la famiglia è una sola.

Qui il colore splendente è il bianco.

Qui gli sgomberi li facciamo con il derattizzante.

7 giugno 2008

Sette giugno duemilaotto.

Ho guardato per ore filmati e fotografie del Pride dello scorso anno.

Ho pensato e ripensato: agli squadroni di nero vestiti, “eleganti e coordinati” (blatte anche loro) ai manifesti cattivi di una cristianità bagnata come canotte ingiallite dal sudore, alla polizia che non si smentisce mai nel mostrare il suo democratico ghigno.

Ho guardato e riguardato fotogramma per fotogramma: tette al vento, quante ne vuoi, costumi di mille colori, balli in strada, sudore, colori estremi.

Facce, tante facce.

Estremismo

Esibizionismo

Esagerazione.

Questo pensavo.

Fino a stamattina.

Immagine dopo immagine, ho iniziato a vedere.

La libertà, l’invisibilità

Il restare in ombra per anni, tacere al lavoro, tacere in famiglia, tacere sempre.

Vendersi in strada perché nessuno ti da un impiego.

Radersi a zero i capelli per affermare che resti donna comunque. (i canoni estetici sono così personali)

La teoria dell’invisibilità che accomuna in realtà tutti.

Tutti quelli che hanno paura e che alle feste sedevano in un angolo e non venivano invitati da nessuno.

7 giugno 2008

Sette giugno duemilaotto.

I colori ci saranno e le tette e i corpi e le famiglie.

E’ che odiare è più facile, giudicare un dovere.

Dovrà essere sempre una festa, un carrozzone pacifico e bellissimo.

Se solo i media capissero che è una festa puntassero anche l’attenzione su me che sono in jeans e maglietta.

No, nel sistema della comunicazione di massa la prima regola è sempre sconvolgere.

Con notizie orrende, dare dettagli macabri, puntare sul panico da infliggere, far cadere le persone nel magico mondo della morbosità e del (appunto) giudizio facile.

Io ho paura oggi.

Ho paura degli occhi delle persone, della follia che dilaga, dell’odio.

L’italia mi fa paura.

7 giugno 2008

Sette giugno duemilaotto.

Io ci sarò, nella mia maglietta con i colori dell’arcobaleno, con il mio sorriso aperto a tutti, con le mie scarpe consumate e priva di giudizi, scevra da lemmi e bandiere

Perché la mia casa è uguale alle vostre e il mio pigiama è sotto il cuscino, bevo caffè, sogno, caco e faccio pace con la rabbia.

Ci provo.

Mio figlio avrà un padre e non sarà sbilanciato dal timore di non avere entrambe le figure di riferimento e non mi devo scusare se sono Alice.

E soprattutto perché voglio continuare a navigare controvento, con il seno scoperto e un velo da sposa sulla testa.

Il vero rispetto per le umane creature… tutte.




permalink | inviato da Alice_in_Chain il 16/5/2008 alle 20:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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